“Il Pastore di Stambecchi”, recensione – di Marilisa Lorusso

Il Pastore di Stambecchi, pubblicato dall’editore Ponte delle Grazie in collaborazione con il CAI, Club Alpino Italiano, menzione dal premio Rigoni Stern 2019, è un mosaico messo abilmente insieme da Irene Borgna. Irene è antropologa e guida naturalistica, e in questo volume d’agile lettura raccoglie la narrazione della vita di Louis Oreiller, uomo delle montagne.

Il libro, e le loro chiacchierate che hanno dato vita al testo, è ambientato sui monti valdostani, intorno al piccolo insediamento di Rhêmes. I tasselli di questo mosaico, della storia di questa vita, sono quelli che compongono le vite di tutti: il lavoro, la fatica, le mutevoli e a volte paradossali vicende della sorte, gli affetti, le conoscenze, il pericolo, la ricerca o la scoperta della felicità, le bizzarrie, il cambiamento, e i dubbi che ci tengono sempre appesi al nuovo giorno. Incombente, invincibile, intorno e dentro di noi il mondo in cui siamo immersi, che in questo caso è l’alta montagna.

Un contesto duro e sublime, di cui si avverte sempre la maestosità. Ma non vi è nulla del compiacimento estetizzante nel testo. Anzi, la parlata del protagonista Louis, gli episodi che narra, mantengono autenticità e a volte ironia, perché tutti, uomini, animali, possono all’improvviso risultare inadeguati, goffi e buffi. Ogni essere appeso a modo proprio al proprio pendio.

In questo manifesto di una vita e di un’epoca della storia nazionale ed alpina, a snodarsi pagina per pagina è l’eccezionalità di un’esperienza umana, che s’intreccia con l’unicità di ogni singolo albero, di ogni singola pietra e dell’animale che in quel momento, in quell’alba, la sta calcando.

In questo senso il libro è permeato di una sua filosofia, di una concezione del singolo che si integra in una storia e diventa esso stesso paesaggio – che si racconta e da raccontare. Senza astuzie, il libro offre un atto di condivisione e contemplazione, accompagnati dall’unica voce narrante di Louis, che fa sorridere, commuovere, ridere fragorosamente, conducendo il lettore con gamba salda e mano forte fra immensi alberi, grandi stambecchi, montoni da guardia, turisti, persone amate, case che hanno memoria e memorie di borghi abbandonati.

Da leggere, semplicemente per vivere, come dice Irene dell’Introduzione, l’avventura di Louis e la nostra “a cavallo fra il secolo breve e il Terzo millennio”.

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